Recensione

C’era tutta Torino alla prima di “40%. Le mani libere del destino” di Riccardo Jacopino al cinema Fratelli Marx.

Con il che non intendo “quella” Torino, quella che conta e ai cui vernissage esclusivi pare impossibile riuscire a partecipare: quando dico tutta, voglio proprio dire tutta. L’ex tossico Lucio o l’albanese Alfred o Pino, che per 25 anni le ha vissute tutte: gente che è difficile vedere al cinema, protagonista di una storia proiettata sullo schermo, ma praticamente impossibile da trovare nei cinema, seduti tra quelli che si concedono la loro ora e mezza di divertimento o riflessione.

Ebbene ieri sera Lucio, Alfred, Pino e compagni erano ovunque: nel film e in sala, attori e spettatori tra una battuta di umorismo calcistico e la commozione al ricordo dei compagni che non hanno condiviso l’avventura cinematografica perché non ci sono più. E di Torino pure non mancava niente: scorci di tutti i quartieri, scelte ineludibili tra Toro e Juve, insofferenze etniche non facilmente districabili (un italiano che ne insulta un altro credendolo extracomunitario e che quindi viene liquidato come terrone), regine dell’ommi-ommi che dal videocitofono di casa sparano giudizi inappellabili sull’umanità circostante, poliziotti e loro clienti talmente ben armonizzati da risultare intercambiabili senza difficoltà, insomma tutto quanto può far sentire un bravo subalpino immerso in un’atmosfera completamente familiare in cui non manca nemmeno l’elemento di prima accoglienza di ogni androne che si rispetti, il cestone giallo del Progetto Cartesio.

Cestone che da oggetto di sfondo è stavolta destinato a un ruolo centrale, essendo la punta di un iceberg solitamente ignorato da chiunque lo vede e lo usa tutti i giorni e che il film finalmente svela: la vita della Cooperativa Arcobaleno e di tutti i Lucio e gli Alfred e i Pino che ci lavorano, che della pellicola sono rispettivamente produttori e interpreti. La Arcobaleno è una cooperativa sociale di tipo B, nata per impiegare quelli che la legge definisce genericamente “soggetti svantaggiati” per motivi contingenti (gli “ex qualcosa”) o strutturali (per esempio gli stranieri), i quali costituiscono il 40% di chi vi lavora: donde il titolo.

Il film è bello per tanti motivi: perché parla di lavoro e in particolare di lavoro comunemente ritenuto “umile”; perché segue il destino di una materia prima tanto utilizzata e soprattutto tanto sprecata, magari aiutando a capire perché è importante fare la propria parte nel piccolo, ma prezioso lavoro quotidiano della raccolta differenziata; perché dimostra l’umanità, completa di traguardi raggiunti e fallimenti sempre in agguato, di persone che
proprio per via di quella percentuale o di quell’occupazione poco popolare vengono spesso pensate come mera forza lavoro, prestatori di fatica fisica e poco più.

Ecco perché secondo me il fatto che Lucio, Alfred, Pino e i loro colleghi fossero in prima fila ieri sera è più importante ancora del fatto che recitassero (peraltro in modo più che convincente) nel loro debutto. L’integrazione passa arriva attraverso uno stipendio, una casa, ma anche delle alternative al passare il tempo cercando di dimenticarsi la fatica che si fa per tenerseli.

Chi parla ha da dire le cose che dice e forse no o forse altre. Ma è un fatto che chi tace lascia che tutto gli succeda e quel ch’è peggio lascia che quello che hanno fatto a lui lo facciano a qualcun altro (Giovanni Raboni)

Giuliana
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